Grazie a tutti Voi; questo blog finisce qui.

Come avrete notato, da questa mattina all’alba l’accesso ai post di questo blog appariva protetto da una password: è una scelta, stavolta definitiva, frutto di una decisione che ho preso ieri sera. Ho scelto di non dedicarmi più alla scrittura: è una decisione che ho preso serenamente per delle motivazioni piuttosto semplici. In primis, perché da tempo mi sono stancato di scrivere  al punto di detestare la monotonia degli argomenti trattati; poi perché, come aveva suggerito un mio follower, constatare certe eterne realtà “stanca moralmente”. Ho deciso di dedicarmi ad altre attività che non hanno intaccato il mio entusiasmo: correre e studiare gli aspetti storici e socio-politico-culturali dell’epoca contemporanea. Questo blog finisce qui perché è arrivato al capolinea: è stato un bel viaggio, forse a volte straziante ma che mi ha comunque arricchito interiormente; un viaggio concluso. 

Oggi ho ricevuto tante mail con richieste della password di accesso ai post pubblicati: grazie del vostro continuo interesse e mi scuso se, a causa di questa mia decisione, vi siete sentiti esclusi dalla lettura dei post. Vi assicuro che non era mia intenzione. 

Grazie a tutti i followers per il vostro sostegno ed interesse e per aver interagito con me! Grazie anche a coloro che non hanno condiviso i miei pensieri e le mie opinioni, ma che mi hanno comunque donato preziosi confronti! Dal profondo del mio cuore, vi auguro tutto ciò che più desiderate!

Ciao; Shalom aleikhem; Inshallah; Namasté,

Lor.

Pubblicato in Attualità | 11 commenti

Il pensiero socialista: un tabù negli USA

C’è un aspetto dell’analizzare gli sviluppi socio-politici di certi Paesi che da sempre cattura la mia attenzione: il notare come l’ideologia predominante di una determinata epoca caratterizzi la formazione dei popoli, diventando così la base della diffusione di una forma mentis che contraddistinguerà intere generazioni. Gli esempi sono innumerevoli: la cultura dell’odio verso i palestinesi ed il culto del militarismo tipici di certe scuole israeliane ed il conseguente odio indiscriminato delle più integraliste schiere di palestinesi; la formazione durante il terribile periodo dell’apartheid sudafricana che ancora oggi ha i suoi pesanti strascichi; la propaganda durante la Guerra fredda portata avanti anche dalla filmografia dell’età reganiana, con la consacrazione a miti di fantasiosi eroi senza macchia come Rambo e con la dura condanna agli acerrimi nemici sovietici ed ai loro alleati; e molti altri. Ma oggi la società civile di certi Paesi ha davvero superato queste barriere ideologiche?
Ricordo una conversazione di alcuni anni fa con Steve, un giovane storico dell’età contemporanea di Houston, Texas: uno studioso molto attento e competente, appassionato di storia sociale che durante una delle tante amichevoli conversazioni sulla volontà di Obama di varare una riforma sanitaria per garantire il diritto alle cure mediche ad ogni cittadino statunitense, indipendentemente dal suo status sociale, mi disse: “Lore, io preferisco pagare 10.000 $ ogni anno per un’assicurazione sanitaria, piuttosto che avere un sistema sanitario tipico dei paesi socialisti!”. La parola “socialisti” veniva pronunciata da Steve con un’espressione rabbiosa in viso. Ammetto che questo pregiudizio di Steve mi lasciò perplesso: non avrei mai pensato che uno studioso delle dinamiche sociali attento come lui potesse essere vittima di una simile sfrontata propaganda.
Un esempio più recente di tutto ciò ci viene raccontato da un passo di un toccante articolo della giornalista israeliana Amira Hass, che ci racconta cosa ha vissuto durante una sua recente e piacevole passeggiata nel parco di Tompkins Square, a New York, in un momento di pieno fermento per la campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali:
“Ero affascinata dall’atmosfera allegra del parco. La gente faceva picnic sul prato. In un piccolo spiazzo alcuni ragazzi praticavano ginnastica e breakdance. Poco lontano, due donne stavano in piedi davanti a dei tavolini e riempivano piatti di plastica con cibo caldo per poi consegnarli alle persone in fila: pasti gratis per i bisognosi, quasi tutti neri, che dopo aver preso il piatto si sedevano a mangiare lì vicino.
Abbiamo continuato a passeggiare fino a quando siamo stati avvicinati da una donna e da un uomo sulla cinquantina, volontari della campagna elettorale di Bernie Sanders. Ci hanno detto che presto ci sarebbe stato un incontro con il candidato. Ci andrò appena avrò finito di scrivere il pezzo che state leggendo. L’uomo ha detto di essere un socialista e ci ha raccontato che molti anni fa, quando aveva incontrato per la prima volta il senatore Sanders, aveva deciso di offrirsi volontario per aiutarlo. Mentre pronunciava la parola ‘socialista’ ha abbassato il tono della voce, accompagnandola però con un sorriso ampio e malizioso.”

Nel 2016 gli strascichi di una formazione eccessivamente propagandistica continuano a farsi sentire; anche negli USA, che qualcuno continua a considerare un modello di democrazia. Propaganda e, quindi, pregiudizio: due componenti piuttosto pericolose capaci di suscitare un timore così forte da portare all’auto-censura.

Pubblicato in Attualità | 4 commenti

#Ciaone, Renzie!

Parliamo di numeri chiari e precisi, che qualcuno interpreterà a proprio piacimento, o meglio per proprio tornaconto. Si è appena concluso il referendum sulle trivelle: come prevedibile, il quorum del 50% per validare il quesito referendario non è stato raggiunto. Ha infatti votato poco più del 32% degli aventi diritto [v. link http://elezioni.interno.it/referendum/votanti/20160417/FX01votanti.htm%5D]: circa 15.000.000 su 50.675.406. Renzi & soci, che chiamavano all’astensione, festeggiano a gran voce: le trivelle proseguiranno ancora; c’è perfino chi si diverte a deridere i promotori di questo referendum: come se una questione del genere fosse una partita di calcio, con i tifosi delle due opposte fazioni chiamati a commentare il risultato finale. Che strano modo di far politica!
Comunque, analizziamo i “pochi” voti: i “sì”, ovvero coloro favorevoli a fermare il rinnovo delle concessioni per le trivellazioni contrariamente a Renzi e seguaci, sono stati 13.271.588, i “no” poco più di 2.000.000 [v. link
http://elezioni.interno.it/referendum/votanti/20160417/FX01votanti.htm%5D].
A parte che vedere certi governanti gioire per la vittoria dell’astensione in un paese che continua a definirsi democratico è quanto meno preoccupante; ha davvero vinto Renzi? Alle europee del 2014, l’aurea dell’ex sindaco fiorentino aveva portato al PD poco più del 40% dei consensi; non a caso quella storica vittoria veniva apostrofata come la vittoria di Renzi, visto che poco più di 11.000.000 di elettori avevano dato fiducia al “nuovo” Premier [v.link
http://www.interno.gov.it/it/notizie/tutti-i-dati-sulle-elezioni-2014%5D]. Oggi circa due milioni in più dei suoi elettori del 2014 sono contrari al Premier. Quindi non è assurdo affermare che il governo guidato dal 41enne fiorentino sia a rischio, in vista delle imminenti amministrative e soprattutto del prossimo referendum sulla riforma costituzionale su cui Renzi si gioca tutto.
C’è poi qualche lacchè del sedicente runner fiorentino, così autocelebrativo da postare continuamente foto delle sue sessioni di jogging mostrando la malsana postura tipica dei podisti in sovrappeso, che polemizza sul costo superiore ai 300 milioni di euro di quest’ultimo referendum: secondo gli “esperti” di legge renziani non si potevano accorpare queste votazioni alle vicine amministrative. Ebbene, niente di più falso [v. link
http://www.gazzettaufficiale.it/gunewsletter/dettaglio.jsp?service=1&datagu=2009-04-29&task=dettaglio&numgu=98&redaz=009G0048&tmstp=1241077550808]. L’impressione è che le argomentazioni a supporto del no di Renzi non fossero così convincenti per l’elettorato, allora il Premier ha preferito sperperare 300 milioni di euro e fare di tutto per non far raggiungere il quorum, anziché perdere.
Continuate pure a fidarvi di Renzi e dei suoi adepti, se lo ritenete opportuno. Concludo affermando che, a mio parere, un Premier e dei parlamentari che gioiscono per la vittoria dell’astensione sono antidemocratici e quindi socialmente pericolosi.

Pubblicato in Attualità | Lascia un commento

La malsana globalizzazione della “necessaria” espansione economica

 

Oggi è davvero difficile dedicarmi alle mie solite ricerche: troppe cose su cui scrivere, troppi argomenti ancor più correlati tra loro, cerchi che si chiudono, collegamenti sempre più evidenti che ancora vengono negati da qualcuno o che vengono dipinti come quella sensazionale scoperta che cambierà il futuro. Ma la realtà è che sappiamo bene cosa sta succedendo ma forse ammetterlo è troppo difficile. Davanti a me scorrono slides e continui aggiornamenti dai più disparati angoli di mondo: crisi di migranti che scappano da guerre e violenze di ogni genere, Panama Papers, politici indagati o impostori che varano leggi dichiaratamente finalizzate al bene comune ma che in realtà favoriranno i “soliti noti”, speculazioni o meglio sciacallaggio politico su questioni delicatissime solo per ottenere voti che servono ai “soliti noti”, traffici di droga, terrorismo, mafiosi, riciclaggio di denaro, guerre che piagano quei popoli resi sempre più vulnerabili dai potenti della Terra e che si rimpiazzano continuamente perché quei business sovrastrutturali non possono fermarsi. Quante post ho scritto su tutti questi argomenti? Tanti, talmente tanti che allegarne i link diventa impossibile! E alla fine la conclusione è sempre quella: tutto fa parte di ciò che regola la vita di tutti noi, ovvero la necessità di un’economia che deve sempre essere in espansione! Una globalizzazione di una crescita necessaria, anche se fisiologicamente o tecnicamente impossibile, che non possiamo evitare! Lo sappiamo tutti che non è una necessità reale, ma che accettiamo passivamente e con rassegnazione. Capitali illeciti, commercio di petrolio ed idrocarburi, armi, appalti di vario genere, farmaci non sempre necessari: un indotto che diventa la cellula che genererà altri indotti e che creeranno nuovi beni immessi nel commercio, che acquisteremo anche se non potremo permettercelo: un falso benessere che ci schiavizza ma che dovremo ostentare ad ogni costo, pena la totale esclusione da tutto e da tutti. È tutto così evidente che parlarne diventa banale retorica, ma sappiamo bene che la realtà è questa. Allora che fare? Ha senso continuare a scrivere di tutto ciò, diventando un cronista? Non saprei cosa rispondere: certo, continuerò a studiare certi fenomeni che costituiscono e costituiranno i corsi e ricorsi storici; ma ha senso riportare tutto ciò in un blog con la periodicità di un cronista? Non credo. 

Pubblicato in Attualità | 2 commenti

L’assordante silenzio sui crimini degli occupanti israeliani

La diversità è la base su cui si costruisce la vera uguaglianza.” (Moni Ovadia)

Mi sto scoprendo sempre più in preda alla pigrizia; e per uno che pratica attività sportiva a livello agonistico da decenni non è un bel traguardo. Certo non mi riferisco ad una pigrizia fisica, ma intellettuale: un atteggiamento forse più grave della voglia di non allenarsi. Allora mi interrogo e scopro, ancora una volta, che questa mia accidia dipende essenzialmente dalla solita monotonia dei fatti: il ripetersi degli eventi in un estenuante tran tran che non porta a niente di nuovo. Pertanto mi sento un po’ in colpa con chi legge questo mio misero blog, perché sono sempre più ripetitivo e comprendo benissimo il mio essere diventato noioso. Ammetto anche che sto pensando da tempo di smettere di scrivere, tanto gli argomenti sono sempre quelli, mio malgrado: ormai scrivo più per una sorta di malsana assuefazione che per passione.

Il fatto è che, nel raccontare certe realtà che mi stanno a cuore, non cambia niente quindi tanto vale leggere le notizie di mesi o addirittura anni fa; prendete ad esempio i drammi correlati all’eterno conflitto tra Israele e Palestina e la disparità con cui vengono dai media e anche da buona parte delle Istituzioni internazionali i crimini commessi da entrambe le fazioni. Una disparità che nasce in primis da una carenza di molti media che non danno quasi mai la giusta definizione al colonialismo economico ed alla radicalizzazione degli israeliani in Cisgiordania; e successivamente dal non focalizzare mai l’attenzione sugli “effetti collaterali” della convivenza forzata tra palestinesi e coloni israeliani, con la conseguente e terribile diffusione di un odio, inculcato sia nei palestinesi più radicali che negli israeliani più integralisti, sempre più difficile da debellare.

Siamo di fronte ad una disparità di valutazione non evidenziata soltanto da me e da chi ha visioni simili alle mie, ma anche da uomini come Makarim Wibisono, diplomatico indonesiano e relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti dell’uomo nella Cisgiordania occupata e nella striscia di Gaza.

All’inizio dell’anno Wisibono ha tenuto il suo ultimo discorso alle Nazioni Unite [visionabile al link http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=52935#.Vwy2adSLRdh], prima di presentare le proprie dimissioni per protesta contro il rifiuto di Israele al suo ingresso in Cisgiordania e Gaza. Era il 4 Gennaio 2016 e Wibisono rimarcava un dato impressionante: nei sei mesi precedenti a quella data, il crescendo di violenze aveva portato alla morte di più di duecento palestinesi e a trenta israeliani. Violenze che altro non sono che il frutto del “’contesto preesistente’ di una ‘occupazione che dura da decenni’”. Il diplomatico indonesiano ha inoltre puntualizzato: “Dal momento in cui ho assunto le funzioni nell’estate 2014, sono rimasto colpito dall’abbondanza di informazioni che documentano le violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto internazionale umanitario, e dall’apparente incapacità della comunità internazionale a gestire una situazione ben conosciuta, impegnandosi in una migliore protezione dei Palestinesi”, condannando quindi “l’uso eccessivo della forza da parte di Israele nel corso di presunti attacchi che hanno provocato la morte di molti Palestinesi, compresi decine di bambini.” [1]

I video diffusi che riprendono soldati israeliani uccidere dei Palestinesi, compresi giovani scolari, che non mettono in pericolo l’incolumità di nessuno, “o che mostrano dei Palestinesi abbandonati al suolo a dissanguarsi, senza che si tenti in alcun modo di prestare loro soccorso” sono sempre più frequenti. [2]

Quante sono le voci di condanna da parte di rappresentanti delle Istituzioni contro questi continui soprusi, o meglio crimini contro l’umanità? Un’eccezione è rappresentata dal Ministro che esteri svedese, “che ha chiesto l’apertura di una inchiesta su questi assassini assimilabili ad esecuzioni sommarie, provocando con ciò la collera del Primo Ministro, Benjamin Netanyahu.” E chi osa far notare tutto ciò viene spesso bollato con l’infame marchio di antisemita, ignorando sia la definizione di semita che la differenza tra antisemitismo e critiche all’occupazione israeliana. Ma le parole ormai non servono più, per questo motivo ho deciso di postare due video che parlano più di tanti discorsi di circostanza.

In questo primo video viene mostrato “Mahmoud Abu Fanouah, di 21 anni, steso al suolo mentre perde sangue e senza che alcun tentativo venga fatto per salvargli la vita. Nel video si sente una voce che dice in ebraico che il giovane Palestinese è un terrorista che aveva tentato di attaccare un combattente israeliano con un coltello. Abu Fanounah è stato abbattuto venerdì sul raccordo di Gush Etzion – l’ingresso del blocco di colonie che portano lo stesso nome, teatro di diversi scontri mortali negli ultimi mesi in Cisgiordania. Un portavoce dell’esercito israeliano di occupazione ha dichiarato all’agenzia di stampa Ma’an che “un assalitore armato di coltello è uscito dalla sua auto ed ha attaccato dei soldati”, che hanno poi aperto il fuoco e ucciso l’uomo. Nessun Israeliano è stato nemmeno ferito nell’incidente. Un testimone ha dichiarato all’agenzia Ma’an che Abu Fsanounah, originario delle vicina città di Hebron, in Cisgiordania, non portava alcuna arma quando è stato abbattuto. Ma’an ha aggiunto che ‘Hisham Abu Shaqra, giornalista dell’agenzia turca Anadolu, è stato arrestato dalle forze israeliane di occupazione, per avere ripreso alcune immagini dell’incidente’. Abu Fanounah ritornava dal suo lavoro a Betlemme, quando è stato ucciso a sangue freddo, ha dichiarato la sua famiglia al sito di informazioni al-Quds. Al-Quds ha evidenziato che il padre del ragazzo ucciso, Muhammad Ahmad Abu Fanounah, è un esponente della fazione della Jihad Islamica (resistenza islamica) in Cisgiordania e si trova attualmente detenuto senza imputazione né processo, in virtù di un ordine di detenzione amministrativa emesso da un tribunale militare israeliano.” [3] La detenzione amministrativa, sì, una prassi piuttosto diffusa in Israele, spesso anche a carico di minorenni, e motivata da “ragioni di sicurezza”, ma più volte criticata da Istituzioni internazionali e da organizzazioni umanitarie perché rappresenta una frequente violazione dei diritti umani e delle convenzioni internazionali. Se questo giovane palestinese ucciso era, a detta delle autorità israeliane, un pericoloso terrorista, perché Hisham Abu Shaqra, il giornalista che ha ripreso parte di questo orribile incidente, è stato arrestato?

Il secondo video mostra Ahmad Manasra “investito da un’auto, nel corso dell’azione, e il video mostra degli Israeliani che lo insultano e che ne reclamano l’uccisione, mentre lui si trova a terra, col corpo deformato a causa delle gravi ferite. Ahmad Manasra si trova attualmente detenuto in Israele ed è stato accusato di tentato omicidio.” [4]

Sono video dal contenuto piuttosto forte e che possono impressionare, ma ho voluto allegarli a questo post perché le parole non possono essere incisive come queste immagini nel rappresentare la realtà. L’immoralità genera sempre immoralità, così come l’odio genera sempre odio: non esiste una caratterizzazione di queste due drammatiche verità puntualmente e tragicamente confermate dalla storia. E quanto avviene nei Territori occupati non è altro che l’ennesima drammatica conferma di tutto ciò. Ma attenzione, è immorale anche la disparità di considerazione dei crimini in questione, compreso l’assordante silenzio sui soprusi e sulle violazioni da parte di Israele. Un silenzio da decenni così usuale da non farci più caso, lo sosteneva anche una mia zia ebrea più di vent’anni fa: l’indifferenza su certi orrori è un male universale e non conosce né colore né fazione. Così come è assordante il totale disinteresse per un’opera di prevenzione basata sull’istruzione e sulla formazione.

Note:

[1] http://arretsurinfo.ch/palestine-les-crimes-de-loccupant-israelien-ne-suscitent-quun-honteux-silence/; http://www.ossin.org/palestina/1956-i-crimini-dell-occupante-israeliano-suscitano-solo-un-vergognoso-silenzio;

[2] Ibidem;

[3] Ibidem;

[4] Ibidem.

Pubblicato in Attualità | Lascia un commento

Quando l’arte denuncia l’orrore della guerra

Le guerre non sono fatte perché qualcuno le vinca e qualcun altro le perda; sono fatte perché non finiscano mai e perché il più forte imponga al più debole un’eterna condizione di carestia e di analfabetismo, poiché è su questo che si basa il dominio gerarchico del forte sul debole.” (George Orwell)

Il terrorismo è la nuova forma della guerra, è il modo di fare la guerra degli ultimi sessant’anni: contro le popolazioni, prima ancora che tra eserciti o combattenti. La guerra che si può fare con migliaia di tonnellate di bombe o con l’embargo, con lo strangolamento economico o con i kamikaze sugli aerei o sugli autobus. La guerra che genera guerra, un terrorismo contro l’altro, tanto a pagare saranno poi civili inermi” (Gino Strada)

Numeri agghiaccianti che si ripetono con una diabolica ciclicità; numeri che spaventano e che ci danno una dimensione dell’involuzione che sta progressivamente dilaniando sempre più angoli di mondo. Negli ultimi cinque anni e mezzo si contano almeno quindici conflitti scoppiati o “riattivati” negli ultimi cinque anni: “otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nordest della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree della Birmania e del Pakistan). Solo poche di queste crisi possono dirsi risolte e la maggior parte di esse continua a generare nuovi esodi forzati.”

Ogni guerra implica nuovi drammi, vittime innocenti e profughi in fuga che troppo spesso vengono discriminati da chi si autodefinisce “evoluto” o strumentalizzati in nome di accordi istituzionali di competenza internazionale che in realtà non rappresentano altro che una palesi violazioni del diritto internazionale, dimenticando le reali causi delle fughe dei migranti: le tante guerre ed “operazioni sovversive” degli USA e di molte potenze dell’UE. Negli ultimi anni il contrasto al terrorismo è diventato il nuovo movente che ha ispirato sempre più conflitti, troppo spesso basati su criteri troppo aleatori atti ad identificare le varie organizzazioni terroristiche, con conseguenti misure drastiche sia perché, per ragioni di macro-interessi e quindi di alleanze strategiche si tende a non prendere in considerazione chi finanzia il terrorismo internazionale, riportando in auge non solo il solito, scontato ed arcinoto binomio Jihad-petrolio e spietati business collaterali, come il commercio internazionale di armamenti di vario genere. Azioni ordinate da governi, dunque, che volutamente non applicano misure preventive: ci sono in ballo troppi miliardi di dollari perché si sradichi il terrorismo e si eviti ogni guerra con provvedimenti davvero efficaci e lungimiranti, come la costruzione di un sistematico sviluppo nelle aree più a rischio. Ma questa è una realtà nota a tutti, anche a noi comuni mortali, così impotenti davanti a queste nauseanti barbarie. Possiamo solo appellarci alla voglia di non cadere nell’indifferenza e di ascoltare ed assaporare ogni forma di protesta contro le guerre. Una di queste voci dissidenti arriva dall’arte, quell’arte che si traduce con il puntare su quell’ “avanguardia che trascina la resistenza come capacità di attutire i colpi e andare avanti”, come scriveva Simona Planu in un suo articolo.

Proprio in questi giorni, esattamente dal 14 al 17 Aprile, in occasione della sesta edizione “Sguardi sul reale ”, il festival dedicato al cinema documentario che si svolge a Terranuova Bracciolini, in provincia di Arezzo, è stata organizzata la mostra di illustrazione “Artists and designers against war… or whatever they call it, curata da Charles Hively e che raccoglie venticinque opere di artisti provenienti da tutto il mondo, tra cui Davide Baroni, Giulio Bonasera, Seymour Chwast, Mirko Cresta, Anthony Freda e Francesco Zorzi.

Le illustrazioni esposte sono stampate per la prima volta in occasione di questa rassegna dopo essere state selezionate dal progetto Ih8war , una piattaforma ideata proprio per rispondere all’esigenza di costruire un luogo di riflessione sulle piaghe del mondo, in particolar modo sulle tante, troppe guerre che insanguinano il Globo e per potersi anche interrogare sulle responsabilità sociali, politiche e culturali dell’arte. Nel portale in questione artisti e designer hanno dunque l’occasione di comunicare il proprio punto di vista sulle più scottanti attualità.

Particolarmente significati è, a mio parere, la scelta del luogo in cui le immagini selezionate [visionabili al link http://www.ih8war.com/gallery] resteranno esposte fino al 26 Aprile: la strada, sostituendo i cartelli pubblicitari “per creare un allestimento originale, che esca dai normali spazi espositivi e colpisca chi passa, anche casualmente, in bicicletta, a piedi o in auto”.

Ascoltiamo, dunque, anche la voce dell’arte, facciamone tesoro respirando la sua dura ed innegabilmente eterna attualità fatta di illustrazioni che evocano l’orrore della guerra, fatto anche di tutti i drammi umani che ne conseguono. E riflettiamo, con la consapevolezza così forte da diventare quasi retorica che siamo tutti manovrati da un’élite di governi mascherati da paladini della democrazia che decide puntualmente quali popolazioni uccidere e violentare di volta in volta.

david-smith72dpi-9586438e9cffeb8c052307311c987356

“Stop Killing”,David Smith, UK

spencer-wilson72dpi-294b2ae39dd78bf41b3f0a5b3134495d

“Untitled”,Spencer Wilson, UK

daniel-kondo72dpi-94164b2f3f5da16d9e5870918b60e06b

“Bomb of Peace”, Daniel Kondo, Uruguay

pierre-pariseau72dpi-51033578b33de29dc947687b79b7b0c7

“Live”, Pierre-Paul Pariseau, Canada

dylan-madigan72dpi-0104005f0ea825d70b87c4458122acc9

“Broken Gun”, Dylan Madigan, USA

dylan-madigan72dpi-f3a48fe0f1a292ee90c2f6d67f0050cd

“Enough is Enough”, Dylan Madigan, USA

ben-jennings72dpi-3d9fe83d6a53acd0b25f44aac75ea479

“Drone Wars”, Ben Jennings, USA

erika-rier72dpi-f3aae2a3f63aaeb91a7e3950818b6137

“And Each Was Cherished”, Erika Rier, USA

francesco-zorzi72dpi-3f387d8762cbfeaefa51435d7bf4d70a

“Let Love In”, Francesco Zorzi, Italia

pierre-pariseau72dpi-5aa5301f00b37eff49e7e030ad0fabdf

“No Gun, No War”, Pierre-Paul Pariseau, Canada

anthony-freda72dpi-09c56de1538ec90fa91b102ef31b00cd

“War is the Health of the State”, Anthony Freda, USA

anna-masini72dpi-19933ad6d8154860a0297590188a2727 (1)

“STOP”, Nina Masina, Italia

andreas-gnass72dpi-1ac4bfc890118414033ca3f1c86027b5

“Hope Dies Last”, Andreas Gnass, Germania

dylan-madigan72dpi-fc64dafe6eb7bff5fba48f57a23a435e

“Anti-Liberty”, Dylan Madigan, USA

haruka-aoki72dpi-f6eb48beb0565b6d0495413e27fa6eb4

“Everyday War”, Haruka Aoki, USA

[Fonte per le immagini: http://www.ih8war.com/gallery]

 

Pubblicato in Attualità | 3 commenti

Chibok, Nigeria: #bringbackourgirls due anni dopo

Chibok, Stato settentrionale del Borno, Nigeria: una località che ci porta a quel maledetto 14 Aprile 2014, giorno in cui, in una scuola locale, si verificò un rapimento che non ha precedenti: duecentotrentaquattro studentesse nigeriane, tutte di età compresa tra i dodici ed i diciassette anni, vengono sequestrate, per poi essere vendute, ad un prezzo di dieci dollari ciascuna, come mogli ai guerriglieri adepti al gruppo jihadista Boko Haram. Numerose testimonianze riferivano che le giovani “sarebbero state divise in gruppi e trasferite in Camerun e in Ciad per diventare le concubine dei miliziani islamisti. Spose e prigioniere di guerra sfruttate come schiave del sesso, cuoche e facchini”, ma le notizie che giungevano erano poche e piuttosto approssimative e frammentate. Notizie comunque agghiaccianti, che hanno portato, nei giorni successivi, i familiari delle studentesse e centinaia di cittadini nigeriani a protestare vivamente per chiedere all’esecutivo di liberare le studentesse rapite, accusando “il governo di Abuja di ‘indifferenza’ e di non impegnarsi abbastanza per la loro liberazione”.

[Fonti: http://nena-news.it/nigeria-studentesse-rapite-vendute-per-10-dollari-la-protesta-dei-familiari/ , http://www.huffingtonpost.it/2014/04/30/nigeria-studentesse-rapite-costrette-a-sposarsi_n_5238152.html?utm_hp_ref=italy ,http://www.bbc.com/news/world-africa-27187255 , http://www.theguardian.com/world/2014/apr/29/kidnapped-nigerian-schoolgirls-marriage-claims , http://saharareporters.com/news-page/pdp-chieftain-expresses-doubt-chibok-school-girls-were-kidnapped-asks-%E2%80%9Cwho-saw-it-happen%E2%80%9D]

30 Aprile 2014, Abuja, Parlamento nigeriano: diverse centinaia di donne marciano per protestare ancora contro l’opera ritenuta troppo blanda ed inefficace. Una delle organizzatrici di questa marcia di protesta è la reporter e blogger Mercy Abang, che alla BBC ha dichiarato che “il governo dovrebbe anche negoziare con i rapitori, se necessario”. Immediata la risposta del governo, che ha rassicurato di star facendo il possibile per liberare le giovani donne rapite. Al centro delle loro giuste e più che comprensibili proteste anche l’esercito e le forze di polizia, che non sono riuscite ad impedire questo sequestro di massa “in una regione in cui vige lo stato di emergenza e dove sono state dispiegate truppe in maniera massiccia per contrastare le azioni di Boko Haram”. Nonostante questo ingente impiego di forze ed il ricordo a straordinarie misure di sicurezza, la setta jihadista guidata da Abubakar Shekau continua la sua spietata azione terroristica, uccidendo, ferendo e sequestrando chiunque incontri sul proprio “cammino”. A queste proteste si unisce anche una mobilitazione internazionale per lanciare un appello sia per la liberazione di queste ragazze, sia per spronare istituzioni locali ed internazionali a fare tutto il possibile per liberarle, anche attraverso i social network con l’uso dell’hashtag #bringbackourgirls.

[Fonti: http://abangmercy.wordpress.com/, http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-27216931 ,http://www.theguardian.com/world/2014/apr/30/hundreds-march-nigeria-chibok-schoolgirl-kidnappings-boko-haram , http://www.capitalradiomalawi.com/index.php/component/k2/item/1142-nigeria-march-over-girls-abductions , http://www.clutchmagonline.com/2014/04/nigerian-women-march-abuja-force-nigerian-government-search-230-abducted-school-girls/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=nigerian-women-march-abuja-force-nigerian-government-search-230-abducted-school-girls ]

Un orrore, non esistono altre parole per definire questo brutale sequestro, l’ennesimo crimine di certe cellule di terroristi che annullano la dignità e soffocano la libertà di donne poco più che bambine, condannandole a putridi soprusi. Sono passati due anni da quel terribile giorno, E la sorte di quelle povere giovanissime ragazze sembra non interessare più nessuno: l’attenzione mediatica si è spostata su altri scenari, sempre legati all’attività terroristica dei gruppi jihadisti che imperversano nel Continente nero. Pertanto anche Chibok è tornata ad essere una città quasi totalmente sconosciuta ai più, come era prima di quel terribile 14 Aprile 2014, nonostante duecentodiciannove delle ragazze rapite siano ancora prigioniere dei miliziani di Boko Haram. Prima di quel dannato giorno, il conflitto che insanguinava quel Paese era sconosciuto agli occhi del mondo; così come era sconosciuta l’importanza geopolitica della Nigeria: un Paese a metà tra boom economico e sottosviluppo ed oggi considerato la prima economia africana; non a caso appartiene, insieme a Messico, Indonesia e Turchia, al MINT, ovvero alle prossime quattro economie emergenti. A fare da traino a questa continua crescita economica c’è il petrolio, di cui è primo produttore del continente. Ma come sempre accade, contestualmente a tutto ciò, si delinea un’ingente diseguaglianza sociale, ancor più evidente nella disparità tra il Nord musulmano, povero e con grande insicurezza economiche, ed il meridione, con prevalenza di cristiani e più ricco. Così come la distribuzione della ricchezza quale proventi delle estrazioni petrolifere è regolamentata da una grande disparità. La causa di ciò è riscontrabile nell’elevatissima e dilagante corruzione: “secondo la Banca Mondiale, l’80 per cento delle entrate del petrolio e del gas vanno all’1 per cento della popolazione, mentre il 61 per cento dei nigeriani vive con meno di un dollaro al giorno e oltre la metà non ha corrente elettrica, nonostante la Nigeria sia uno dei maggiori esportatori mondiali di petrolio. Infrastrutture e servizi sono sottosviluppati, il tasso di disoccupazione è al 24 per cento e tra i giovani sfiora il 47 per cento”. Un Paese che cresce economicamente a ritmi vertiginosi, dunque, ma che deve costantemente contrastare le problematiche derivanti dai gravi problemi socio-economici interni. Ed è proprio in situazioni di così grave disparità sociale che proliferano gruppi di fondamentalisti che, col pretesto di contrastare disuguaglianze esistenti identificate con approssimazione con l’appartenenza alle varie religioni, compiono veri e propri eccidi e crimini contro l’umanità.

[Fonti:http://www.altd.it/2012/10/13/la-banca-mondiale-avverte-la-nigeria-senza-petrolio-tra-40-anni/ ,http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-16/nigeria-banca-mondiale-miglior-132911.shtml?uuid=AbEGoIPG ,http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/plusvalore/2014/04/16/nigeria.html ,http://mondo.panorama.it/Africa-l-economia-corre-ma-la-disuguaglianza-frena-L-ANALISI ,http://venus.unive.it/matdid.php?utente=giovanni.bertin&base=sociologia+cooperazione+internazionale%2Fparte+monografica%2Fglobalizzazione+e+disuguaglianze.docx&cmd=file ,http://www.goleminformazione.it/articoli/nigeria-tra-corruzione-e-prove-di-democrazia.html ,http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=6477 http://it.euronews.com/2014/04/11/goodluck-jonathan-cinque-anni-per-ridurre-le-disuguaglianze-in-nigeria/ ]

123447-md

Soldati dell’esercito nigeriano a Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016. (Stefan Heunis, Afp)

Due anni dopo quel maledetto giorno e nella quasi totale indifferenza dell’”evoluto” Occidente, un reportage di Phil Hazelwood per il blog dell’agenzia di stampa internazionale Agence France-Presse, o Afp, Correspondent datato 8 Aprile 2016 [visionabile al link http://blogs.afp.com/correspondent/?post/chibok-two-years-on e tradotto in italiano da Federico Ferrone per Internazionale al link http://www.internazionale.it/notizie/2016/04/13/ragazze-rapite-boko-haram] ci riporta in quei luoghi, per illustrarci se e come è cambiata la situazione in quella porzione del Borno settentrionale. Siamo tutti o quasi colpevoli di indifferenza, è inutile negarlo; siamo colpevoli anche noi che scrivevamo migliaia e migliaia di tweet con l’hashtag #bringbackourgirls. Ora parlarne con un rammarico costruito ad hoc diventa non solo ipocrisia, ma anche un oltraggio alle vittime di quelle barbarie.Voglio riportare quasi integralmente il prezioso contributo di informazione che Hazelwood ci ha fornito perché è una testimonianza autentica, raccontata da chi si è recato in quei luoghi per raccontarci come stanno le cose, senza retorica, ma facendo parlare immagini e luoghi, quei luoghi che accolgono le difficile vite di chi deve convivere con un costante timore, nonostante tanti proclami trionfalistici con l’unico scopo di fare mera e subdola propaganda:

L’Afp aveva cercato di recarsi a Chibok dai tempi del rapimento, ma questioni di sicurezza hanno sempre sconsigliato lo spostamento: nel 2014 i guerriglieri islamisti controllavano buona parte dello stato di Borno, che l’anno scorso è stato oggetto di una controffensiva dell’esercito. Ma anche adesso che i militari hanno ripreso il controllo di buona parte del nordest e che hanno autorizzato il viaggio, il comandante capo della capitale dello stato, Maiduguri, ha insistito perché ci accompagnasse una scorta pesantemente armata. Abbiamo scoperto presto il perché. Le principali strade da e per Maiduguri sono state riaperte alla fine di marzo, circa tre anni dopo essere state chiuse per i ripetuti attacchi di Boko haram. La decisione ha alimentato le speranze di un ritorno alla vita normale dopo sette anni di combattimenti nei quali sono morte circa ventimila persone e almeno 2,6 milioni hanno perso la loro casa. Ai confini della città di Maiduguri, centinaia di auto, taxi, minibus e camion colmi di passeggeri, merci o entrambe le cose aspettano in un caldo insopportabile l’autorizzazione a percorrere i circa novanta chilometri verso Damboa, in direzione sudovest. Il convoglio dell’Afp comprendeva un veicolo blindato per il trasporto delle truppe, due pick-up dell’esercito in testa e due dietro, tutti in tenuta mimetica per confondersi con il terreno riarso e dotati di mitragliatrici pesanti. A fare da battistrada quattro soldati del battaglione motociclistico dell’esercito, da poco istituito, sulle loro moto enduro. Appena fuori della città bambini e adulti agitano o sollevano il pugno chiuso della mano destra, come prevede il tradizionale saluto hausa. Man mano che la strada prosegue nei boschi, le case basse non finite o abbandonate lasciano posto ad alberi e arbusti con rami e spine appuntite come il sole penetrante. Andando avanti nella boscaglia, gli impressionanti segni della guerra si fanno più visibili: pezzi di asfalto bucherellati da esplosioni o proiettili; auto, pick-up come quello su cui stiamo viaggiando e minibus saltati in aria, bruciati, accartocciati o tagliati a metà.

123445-md

Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016. (Stefan Heunis, Afp)

Gli edifici sono crivellati di colpi o consumati dal fuoco. In una regione già scarsamente popolata prima del conflitto, non si vede un’anima viva. I veicoli fanno lo slalom ad alta velocità tra ostacoli occasionali come alberi caduti o bidoni di carburante rovesciati, al suono di musica gospel nigeriana. A un certo punto il luogotenente che occupa il posto del passeggero davanti spegne la musica e imbraccia il suo fucile. Davanti a noi risuona il crepitio di una sparatoria, seguito dopo pochi secondi da un altro che viene da dietro di noi. Cerco di capire da quale direzione provengono i colpi. All’improvviso i miei pesanti giubbotto antiproiettile e casco non sembrano una protezione sufficiente. Tutti guardano i soldati, i quali, con fare che ci rassicura, appaiono impassibili.

123450-md

Il cartello all’esterno della Government girls secondary school a Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016.(Stefan Heunis, Afp)

Le differenze tra Damboa e Chibok

Il luogo in cui siamo, un’area boschiva più fitta dove una persona potrebbe tranquillamente nascondersi e preparare un agguato, è un noto punto di passaggio dei ribelli tra le loro basi nel Borno sudorientale e sudoccidentale. Sugli alberi sono stati visti alcuni indumenti, un segnale del fatto che i ribelli hanno perlustrato l’area di notte. I colpi sparati dai militari sono un segnale per far capire ai ribelli che hanno visto il segnale. Questa tattica e la spiegazione confermano quello che ormai si dice da qualche mese: che nonostante le assicurazioni del governo sul fatto che i ribelli di Boko haram sarebbero stati ‘tecnicamente’ sconfitti, i guerriglieri sono ancora attivi e minacciosi. Sono felice di non aver rischiato la sorte nel convoglio civile, molto più vulnerabile di quello in cui mi trovo. La vita sta riprendendo il suo corso a Damboa. Vigilantes in abiti civili con moschetti da un solo colpo fatti in casa, fionde e bastoni, fanno la guardia nei posti di blocco alle estremità della città mentre i soldati si riposano sotto gli alberi. Del catrame appena bollito viene versato sulle strade per riparare i danni delle esplosioni. Su un lato, le motociclette sottratte ai ribelli vengono fatte bruciare. Nel centro della città alcuni commercianti vendono ai lati della strada arance, angurie, manghi e cipolle rosse, creando un vivido lampo di colore per noi che passiamo. Camion malconci vengono caricati di legna e sacchi di grano. I facchini si riposano accanto a carriole e carrelli vuoti, alcune capre si muovono tra la folla, mentre i loro rumorosi belati si mescolano con la musica diffusa a volume distorto.”

123449-md

I resti di un locale della Government girls secondary school di Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016.(Stefan Heunis, Afp)

Ma quando Hazelwood raggiunge Chibok, a quaranta chilometri da Damboa, ci illustra come la scena sia piuttosto diversa:

Il mercato, attaccato a gennaio da un attentatore suicida, non ha niente da vendere. Alcuni pali elettrici sono gettati in un angolo, i cavi giacciono a terra, fiacchi come i commercianti seduti fuori dei loro negozi e i gruppi di uomini e bambini che stanno in piedi silenziosi agli angoli delle strade. Uscendo dalla città, i fedeli delle moschee, compresi i bambini piccoli, sono perquisiti, alla ricerca di esplosivi. La Government girls secondary school è altrettanto desolata. La parola ‘girls’ sul malconcio cartello che si trova all’esterno dell’edificio è stata coperta di nero. Oltre il muro di cinta, i dormitori dai quali sono state sequestrate le ragazze sono stati demoliti. Telai di letto, pentole e un infradito solitario sono l’unico segno che dimostra che il luogo un tempo era abitato.

123446-md

Il mercato, attaccato a gennaio da un attentatore suicida, a Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016.(Stefan Heunis, Afp)

Una rete da pallavolo è smossa dal vento torrido. Dell’erba secca fa capolino tra gli ammassi di detriti di muratura e le travi crollate del tetto della sala mensa. Torni e altre macchine industriali arrugginiscono accanto alle rimesse.”

Quanto visto e raccontato da Hazelwood lascia intuire la reale situazione di Chibok, ovvero una città abbandonata dallo Stato:

Decenni di sottoinvestimento e sottosviluppo, peggiorati da anni di combattimenti, hanno lasciato Chibok senza elettricità, acqua o strade decenti.
In città funziona solo una rete telefonica, peraltro in maniera intermittente. Dai tempo del sequestro delle ragazze, non esistono più scuole statali. I genitori privi dei mezzi economici non possono permettersi d’inviare i loro figli altrove perché ricevano un’istruzione. Molte persone sono state costrette ad abbandonare le loro abitazioni a causa della continua insicurezza, e a vivere un’esistenza precaria a Maiduguri, nella capitale Abuja o perfino a Lagos, che dista mille chilometri da qui. Tutte le persone con cui ho parlato hanno detto che Chibok è stata abbandonata e che c’è un disperato bisogno d’investimenti per ricostruire e sperare in un futuro migliore. Ma qui il governo locale e statale funzionano a malapena e al livello federale le promesse non sono state mantenute.

123448-md

Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016. (Stefan Heunis, Afp)

Nel marzo del 2015, appena prima delle elezioni che ha perso contro Muhammadu Buhari, l’ex presidente Goodluck Jonathan aveva annunciato l’inizio dei lavori di ricostruzione della Government girls secondary school. Il suo ministro delle finanze Ngozi Okonjo- Iweala era andato a Chibok per la posa della prima pietra. Ma a parte alcuni blocchi di calcestruzzo ordinatamente disposti sul posto, non ci sono prove di lavori in corso o indicazioni che possano cominciare presto.”

Promesse non mantenute neanche dalla comunità internazionale, come ci ricorda Hazelwood:

Anche le promesse che la comunità internazionale ha rivolto al governo nigeriano per aiutarlo a ritrovare le ragazze rapite finora non hanno portato a niente.
I milioni di tweet che chiedevano #bringbackourgirls (riportateci le nostre ragazze) sono stati inutili e mentre si avvicina il secondo anniversario del rapimento sembrano non esserci praticamente indizi su dove si possano trovare le ragazze. L’esercito nigeriano, che ha preso fiducia dopo i successi contro i guerriglieri ed è sostenuto da un governo maggiormente impegnato nella lotta contro i ribelli, ha faticato a capire perché volessimo visitare Chibok. Ma si tratta di un simbolo del conflitto, un chiaro esempio dell’enorme costo che la violenza estremista impone ai civili, della mancanza di sicurezza e di autorità e del difficilissimo compito della ricostruzione. Man mano che i soldati riprendono il controllo, il nordest della Nigeria è sempre più esposto agli sguardi degli osservatori esterni, come mai gli era capitato negli ultimi anni. Come è sempre più chiaro, in particolare dopo la notizia
 emersa alla fine di marzo del rapimento di cinquecento persone (tra cui trecento alunni di una scuola elementare) compiuto nel 2014 da Boko Haram nella città di Damask, nel Borno, a pochi mesi dal rapimento di Chibok, quel che è successo non è certo un caso isolato.”

Un orrore ancora vivo, troppe violenze e troppo sangue innocente versato: uno scenario incorniciato da una serie dei soliti e spietati interessi di multinazionali che mirano ad impossessarsi del petrolio nigeriano, certamente agevolate da una dilagante corruzione: la stessa corruzione che riguarda anche alcune multinazionali del nostro Paese, ovvero Saipem ed ENI. Un beneficio che entra nelle tasche di una ristrettissima minoranza, mentre gran parte della popolazione cresce e vive nella precarietà sociale ed in un’involuzione provocata da un’istruzione sempre meno diffusa ed in una povertà troppo diffusa: il terreno più fertile per il proliferare di cellule terroristiche e di interminabili violenze. E non dimentichiamolo: siamo tutti colpevoli con la nostra indifferenza e col nostro lurido qualunquismo.

[Fonti ulteriori: http://www.linkiesta.it/indice-corruzione-2013 , http://www.s-ge.com/svizzera/export/it/blog/nigeria-%E2%80%93-crescita-contro-la-corruzione ,http://www.forexinfo.it/corruzione-classifica-mondiale-2013 ,http://www.rivistasitiunesco.it/articolo.php?id_articolo=719 , http://www.buongiornoafrica.it/nigeria-il-pericolo-di-denunciare-la-corruzione/ , http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2013-07-11/corruzione-nigeria-saipem-condannata-150918.shtml?uuid=AbUkvMDI ,http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-07-12/tangenti-nigeria-saipem-multa-064528.shtml?uuid=AbpnbXDI , http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/08/corruzione-in-nigeria-eni-paga-365-milioni-per-non-essere-condannata/37941/ , http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/07/nigeria-arrestato-bankole-per-corruzione/116422/ , http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/eni-corruzione-nigeria-surace-snamprogett-676044/ , http://www.asca.it/news-Saipem__Tribunale_Milano__nessun_dubbio_sulla_corruzione_in_Nigeria-1315478.html , http://www.staccalaspina.org/index.php/petrolio-e-gas/ultime-notizie/189-tangenti-in-nigeria-a-giudizio-cinque-dirigenti-eni , http://www.deagostinigeografia.it/wing/confmondo/confronti.jsp?t=confmondo&goal=2107&title=Analfabeti&section=1&year=2014&iso=NGA&lang=it ]

 

Pubblicato in Attualità | 3 commenti